Music Tales, la rubrica musicale
“Non so innamorarmi mai
Neanche avere un’abitudine
Non sono nata per volare
Ma per cadere dalle nuvole
Il brano è uscito l’8 maggio 2026, e si muove mantenendo, nonostante la ritmica incalzante, un nucleo molto emotivo forte. Mi ha colpita da subito benchè io non sia una sua fan accanita.
Ci sono artiste che cantano la fragilità come se fosse una ferita da mostrare. E poi c’è Arisa, che da qualche tempo sembra aver scelto una strada diversa, non solo nella musica: non nasconderla, non necessariamente guarirla, ma imparare a conviverci. In “Rugiada”, il suo nuovo singolo, quella fragilità diventa quasi materia luminosa.
Il titolo non è casuale. La rugiada è qualcosa di leggerissimo, quasi impercettibile, che compare senza fare rumore e che, quando incontra la luce, riesce a trasformare anche una superficie banale in qualcosa di brillante. È un’immagine perfetta secondo me per raccontare una canzone che parla di inquietudine, identità, solitudine e desiderio di libertà, senza però precipitare nel melodramma.
“Rugiada” è stata scritta da Federica Abbate, Nicola Lazzarin e Jacopo Ettorre e arriva all’interno del nuovo percorso discografico di Arisa legato a “Foto Mosse”. Musicalmente il brano sceglie una strada interessante: una produzione ritmica, luminosa, con una cassa dritta che ammicca alla dance e atmosfere urban ed elettroniche.
La scelta potrebbe sembrare quasi in contrasto con il contenuto del testo. E invece funziona proprio per questo. Almeno per il mio gusto.
Perché mentre la musica cammina, il testo inciampa e forse è proprio qui che “Rugiada” trova la sua identità.
Arisa canta di un’anima “senza una casa”, di quella difficoltà a trovare abitudini, punti fermi, una forma definitiva in cui riconoscersi. Ma non lo fa con il tono di chi chiede di essere compatito. Al contrario, c’è una sorta di ironica consapevolezza nel raccontarsi fuori dagli schemi, quasi come se quella diversità fosse ormai diventata una parte della propria identità.
E poi c’è quel passaggio fondamentale: la lacrima che diventa “a tempo col flow”.
È una bella intuizione perché ribalta il significato stesso della tristezza. La lacrima non interrompe più il ritmo della vita: ci entra dentro a piè pari. Diventa parte della musica, del movimento, del viaggio. Figo!
E allora anche la malinconia può pure ballare, non vi pare?
Questa è forse la qualità più interessante del brano: non pretende di trasformare il dolore in qualcosa di eroico. Lo rende semplicemente umano.
Arisa sembra voler scappare soprattutto dalle aspettative, dalle definizioni, dalle abitudini che diventano gabbie. E quando racconta il desiderio di giornate senza programmi, di cene in famiglia, di amici e di momenti semplici, il sogno non è più diventare qualcun altro ma tornare a essere se stessi.
La sua voce, naturalmente, resta il centro emotivo del brano. Ma trovo interessante che non venga utilizzata per dimostrare quanto possa essere potente. Non c’è bisogno di fare a gara con gli acuti o di ricordarci che tecnicamente Arisa può fare praticamente quello che vuole. Perchè comunque è così.
Qui la voce serve soprattutto a raccontare.
Ed è una differenza importante.
Perché quando un’interprete possiede una voce riconoscibile e tecnicamente solida, il rischio è quello di usarla come un fuoco d’artificio. Arisa invece, in “Rugiada”, sembra scegliere la misura. E proprio questa misura permette alle parole di arrivare prima della prestazione.
“Rugiada”, insomma, non è una canzone che cerca di dare risposte; ci dice semplicemente che possiamo essere fragili e continuare a camminare.
Possiamo sentirci fuori posto e trovare comunque un posto.
Possiamo avere un’anima senza una casa e, per qualche istante, sentirci esattamente a casa dentro una canzone.
Mi sento di dare un voto molto alto, per quanto possa valere il mio parere, a questa interpretazione.
Buon ascolto, certa che vi piacerà
https://www.youtube.com/watch?v=pN30HxF_WbA&list=RDpN30HxF_WbA&index=1
“L’arte da imparare in questa vita non è quella di essere invincibili e perfetti, ma quella di saper essere come si è, invincibilmente fragili e imperfetti.”
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